...un re! Sì, è vero, c'era una volta un re e di re ancora ce n'è, e sempre ce ne sarà. Ma non è questo l'argomento specifico del post. Ricominciamo.
C'era una volta la perspicacia, quella prontezza ed acutezza di intelligenza che permette di capire al volo ciò a cui assistiamo o che ci viene detto.
Meravigliosa soprattutto nel dialogo tra esseri umani, tanto più meravigliosa perché funzionava benissimo anche nella comunicazione scritta, permettendo di distinguere la piatta informazione dall'ironia dalla gioia dalla rabbia, senza l'ausilio della mimica dell'interlocutore.
Certo, come sempre c'era qualcuno che di perspicacia ne aveva poca: i pieni di sé, i boriosi, gli insicuri, gli impulsivi. Ma per il resto, la perspicacia era ben diffusa, ed era abbondantemente sfruttata nelle comunicazioni tra esseri umani.
Poi vennero i computer, e poco dopo le comunicazioni dati, i BBS, le e-mail, e subito appresso gli 'emoticon'. E la perspicacia pian piano sparì.
Ormai, se un testo non è farcito delle faccine opportune nei punti opportuni, l'equivoco è assicurato: la battuta di spirito è equivocata per aggressione verbale, la comunicazione piatta viene scambiata per ironia pungente, la vibrata protesta interpretata come nota di costume.
E il problema non riguarda solo i testi scritti, ma anche gli scambi verbali. Due punti, lineette, O e parentesi tonde sono ancora quasi fattibili, ma provateci voi a mimare con la faccia punti e virgola, parentesi quadre e graffe, asterischi e tildi! E anche se ne foste capaci, vi aiuterebbe forse nelle telefonate?!
Perché è scomparsa la perspicacia? Colpa degli emoticon? O gli emoticon sono solo il vettore che ha globalizzato la mancanza di perspicacia dei primi nerd? O la colpa è della rozza codifica degli scambi verbali imposta dal linguaggio televisivo? O si tratta di un rimbecillimento progressivo e inevitabile dell'umanità? O di un ritorno ad una franca e maschia schiettezza delle comunicazioni, senza pantomime e infingimenti? Oppure...
"The jury is still out", ma il verdetto non è poi così importante.
L'appartamento al primo piano aveva una forma strana, era storto. Non era piccolo né sfruttato male, però era storto. Dava sul retro del palazzo, un'area ampia occupata da cortili privati e da un magazzino. Si intravedevano due squarci delle vie che costeggiavano l'isolato.
E storto era anche il balcone, stretto e lungo. Qualche volta ci passavo un po' di tempo a chiacchierare o giocare con le bambine piccole del piano di sotto, io sul balcone loro nel cortile. A domeniche alterne, guardavo passare sulla parallela, in direzione dello stadio, un'enorme bandiera spiegata della Roma, portata religiosamente da due ragazzi. E poi c'erano le piante.
Gerani, viole a ciocche (bellissime!), una mentuccia sradicata in campagna che ero riuscito a far diventare un arbusto robusto. Provai a coltivare dei legumi, raccogliendo due ceci e ben quattro lenticchie. E soprattutto c'era l'aloe, portata qui dal balcone precedente, che cresceva rigogliosa e cominciò a regalare un'infiorescenza bellissima, ad anni alterni. La Crassula, offuscata da tanta bellezza, intristì.
L'appartamento era bello, di forma regolare, ben sfruttata. Avevo una bella stanza, comunicante con uno stanzino in cui tenevo tutti i miei giocattoli. Di converso, la via era orribile, una strada privata aperta alla circolazione, stretta, l'asfalto completamente dissestato, anche sui marciapiedi, sui quali montavano le auto per parcheggiare. Per non vedere la strada, non mi affacciavo.
Il balconcino della sala era meraviglioso di mattina nella luce del sole, anzi sembrava sole puro. Ospitava solo due piante grasse, ognuna nel suo vaso, una Crassula arborescens ed un'Aloe spinosissima, sviluppata da un "ciccetto" regalatoci dalla fruttivendola. L'aloe la ricordo inquadrata nel teodolite nuovo, appena comprato da mio padre. L'immagine era capovolta, e nello strumento ottico la pianta perdeva il suo volume, appariva appiattita, e quadrettata dal reticolo di misurazione sito nell'oculare. Mi convinsi perciò che lo strumento disegnava ciò che inquadrava su un foglio a quadretti, ma non riuscivo a capire dove fosse il foglio e come si potesse tirare fuori. Il mistero rimase insoluto, perché mio padre, giustamente geloso del costosissimo strumento, lo ripose nella sua cassetta da trasporto, e il teodolite non lo rividi più.
Il lunedì, appena arrivato in ufficio, Pomponio andò alla macchinetta del caffé. "Cesare! come stai? Tutto bene a casa nuova?" "Sì, tutto bene, a parte per la signora al piano di sotto: ha la televisione accesa a tutto volume a tutte le ore del giorno, il telefono che squilla ogni dieci minuti, un vero martellamento dei nervi, il weekend è diventato un incubo!"
Si incontrarono lunedì a mezzogiorno, nell'agenzia di banca interna all'azienda. "Lucrezia! ciao bella! Hai passato un buon weekend?" "Guarda, Domitilla, ti prego non me ne parlare. Da quando sono arrivati i nuovi nell'appartamento di sopra, a casa non vivo più. È un continuo rumore, sembra che stiano sempre in movimento, persino durante i pasti! Non se ne può più, ho i nervi a pezzi!"
Alle 17:00 in punto Pomponio uscì dall'ufficio, passò a prendere la moglie e tornarono a casa. Si misero a preparare con calma la cena, sorseggiando un bicchiere di fresco vino bianco. "Domitilla, ti ricordi di Cesare, il mio collega? Era tutto contento di cambiare casa, e non ti va a finire sopra una matta che fa andare TV e telefono a tutte le ore?!" "E Lucrezia? Che non ha più pace per il rumore di quelli del piano di sopra? Sembrano un esercito in perenne manovra. Quasi quasi andrei lì a cavargli gli occhi!" "Ah, lo dici a me! Mentre Cesare mi raccontava, avevo un prurito alle mani, se l'avessi avuta davanti le avrei fatto una faccia gonfia di sberle!"
Fecero una pausa, continuando le loro faccende, poi quasi all'unisono sbottarono: "Ma si può vivere con gente così incivile?!"
Vivevano in quella casa dal 1930. I fratelli e le sorelle che si erano sposati erano andati via, e rimanevano lì solo due zie e uno zio. Il palazzo era uno di quegli enormi caseggiati dei primi del '900 con i quali Roma si era allargata in Piazza d'Armi, l'ampio terreno prospiciente le caserme e riservato alle manovre militari. Come per la maggior parte degli edifici di quel tipo, le facciate esterne avevano solo finestre. Ogni appartamento affacciava sia all'esterno che nel cortile interno, un mondo a sé nel quale neanche arrivavano i rumori della strada.
Sul cortile interno affacciava il balconcino, con le sue ringhiere di ferro. La stanza era la camera da letto di una delle zie, la più elegante, e la porta era quasi sempre chiusa. L'unica occasione di vedere il balcone era la mattina, quando si spalancava tutto per arieggiare la casa.
Il solo spazio libero nel balcone era quello necessario ad aprire le imposte. Il resto era totalmente ingombro di vasi di fiori, che mio zio curava quotidianamente. Tutti fiori semplici, soprattutto gerani e viole a ciocche, una pianta di citronella, una di basilico e una piantina di rosmarino. Un po' per le piante che calamitavano la mia attenzione, un po' per le poche occasioni in cui riuscivo a raggiungere il balcone, non ho mai osservato con attenzione il cortile sottostante: nei miei ricordi si vede solo il balcone, circondato da una foschia luminosa ma indistinta.
Era un palazzo grigio. Forse il colore originale era marrone o verde chiaro, difficile dirlo perché l'intonaco a cemento sbruffato sembrava fatto apposta per trattenere lo sporco portato dal vento e dalla pioggia. Almeno il progettista si era premurato di evitare la forma parallelepipedale che dominava gli altri palazzi della zona, e di movimentare un po' le forme dell'edificio.
L'unico balcone era quello della cucina, sul quale dava anche la finestra del bagno. Ospitava la lavatrice, uno stendipanni pieghevole, forse un armadio per le scope. Dava su un cortile interno, appena un poco meno grigio della facciata, e non particolarmente luminoso. Il balcone era ancora meno luminoso, a causa dell'alto parapetto in muratura.
Eppure, almeno una volta a settimana, l'estate, si ripiegava lo stendipanni, si portava fuori un tavolino pieghevole, e si cenava sul balcone. E cenare lì, sentendo qualche voce sommessa e qualche rumore di piatti dalle altre cucine, sembrava una festa senza pari, meglio che andare al ristorante.
"Non ho il tuo numero."
Il CUS (Catalogo Universale delle Scuse) la classifica nel gruppo 3644742 (Assenza di Informazioni sulla Persona), al terzo posto (.3), dopo la mancanza di parti del nome (.1) e parti dell'indirizzo di abitazione (.2), ma prima della mancata conoscenza degli indirizzi di posta elettronica, di blog e siti internet, dei recapiti di lavoro, dei dati anagrafici, del codice fiscale, di seconde abitazioni, di targhe di automezzi e motoveicoli, dei connotati, dei singoli dati antropometrici, delle preferenze alimentari, di quelle musicali, cinematografiche, letterarie, artistiche, e via dicendo.
Il CUS non concede spazi ad ambiguità ed equivoci. /IT indica la lingua italiana. /A.0 indica la forma base, quella che utilizza il verbo "avere"; le altre, utilizzanti "mancare", "non aver ricevuto", "non avere scritto", "aver scritto parzialmente", "aver scritto male", "aver cancellato", "aver distrutto", "aver smarrito", "non ricordare", etc.. sono indicate da lettere differenti, mentre il numero indica possibili sottocasi come "per distrazione", "per errore", e così via. /1-2 indica le persone (prima e seconda singolari, in questo caso) rispettivamente soggetto della frase e proprietaria del dato mancante; "la mia segretaria non mi ha lasciato il vostro numero" è invece classificata come /3-5. /A indica che la forma della frase è di un'affermazione, per distinguerla da forme opinative, ottative, dubitative, esprimenti timore, eccetera. /i codifica con numerali romani il tempo, in questo caso il presente. /b indica la forma breve ("numero") in distinzione da quella completa ("numero di telefono") e da possibili varianti ulteriori.
Nel 1994, il CUS-CRED (Comitato di Revisione ed Estensione Decennale del CUS) aveva raccomandato la rimozione della voce #3644742.3 dalla edizione 2000 del Catalogo, argomentando che la CUS-CREA (Comitato di Redazione Esecutiva delle Aggiunte al CUS) l'aveva inserita agli albori della telefonia, forse frettolosamente, e che la diffusione degli elenchi telefonici aveva reso la scusa del tutto inconsistente, provocandone il quasi completo abbandono. Tuttavia, dopo lunga discussione, il CUS-CIC (Comitato Internazionale di Controllo del CUS) non aveva inoltrato la raccomandazione al CUS-CREM (Comitato di Redazione Esecutiva delle Modifiche) rinviando la questione all'edizione 2010, non tanto per le obiezioni di alcuni paesi in via di sviluppo, dove la telefonia è ancora agli inizi, o di paesi tropicali, dove gli elenchi telefonici sono facilmente danneggiati da umidità ed insetti voraci, quanto per una prudente renitenza nel modificare troppo velocemente un'opera che codifica una delle più comuni, quotidiane ed importanti attività umane.
Mai decisione fu più saggia! Nel giro di pochi anni, a dispetto della disponibilità anche via Internet degli elenchi telefonici delle principali compagnie, la scusa #3644742.3 è tornata di larghissimo uso. La causa più probabile di questo ritorno in auge è la telefonia cellulare. Questo utilissimo mezzo di comunicazione ha avuto una diffusione tanto ampia ed il suo uso si è sviluppato in modo talmente insensato, da essere diventato paradigmatico nelle menti di tutti. E dato che non esistevano elenchi degli utenti cellulari... si è dimenticata l'esistenza degli elenchi di telefonia fissa. Io stesso, che ho il telefono di casa regolarmente pubblicato negli elenchi telefonici, ricevo questa scusa almeno settimanalmente da qualcuno che doveva chiamarmi e non lo ha fatto.
La scusa #3644742.3 gode dunque di ottima salute, ed il progresso tecnologico sembra prometterle un fulgido avvenire, nel quale l'elenco delle sue sottovarianti è solo destinato ad aumentare. E quando riceveremo l'impianto di un cellulare sottocutaneo, potremo disinnescare il fastidioso dubbio di esser ridotti ad un numero (di telefono) considerando che, in fondo, in pochi lo conoscono e tra questi molti fingono di non saperlo.
Era una piccola traversa, dal nome esotico, nella quale il sole non arrivava mai a toccare la strada, si fermava in alto, sui palazzi. Congiungeva trasversalmente due vie più larghe, famose e importanti, a cui il sole dedicava generose attenzioni. La bottega era l'unico negozio nella via (le due vetrine dell'agenzia bancaria , schermate dalle tende, non contavano, l'ingresso era su una delle vie principali).
Il negozio aveva un'aria incongruamente più vecchia del palazzo che lo ospitava. La porta a vetri, in legno color noce, era al centro di due vetrine, incorniciate nello stesso legno. Quella di destra, oltre alla polvere, conteneva un grande gallo in ceramica, dai colori estremamente vivaci, che un tempo dovevano essere stati brillanti. La vetrina di sinistra, non conteneva neanche quello.
Entravo, per mano a mia madre o ad una delle zie, con la stessa rispettosa cautela con cui affrontavo la penombra e il silenzio di una chiesa in un giorno feriale, atteggiamento che non cambiò neanche quando fui abbastanza grande da essere mandato al negozio da solo. Gli anziani proprietari erano riservati, ma davano l'impressione di conoscere da sempre tutti i clienti, che nessuno lì fosse un estraneo. Attendevano gli avventori tra uno scaffale a tutta parete ed un bancone, uguali in colore e vetustà alle vetrine. Scaffale e bancone li ho sempre visti vuoti. O almeno, quasi completamente vuoti se non per alcuni cartoni dell'unico prodotto in vendita: uova. Mentre mia madre o mia zia veniva servita, io osservavo tutto in silenzio, e ripensavo alle spiegazioni della maestra: che il guscio e la membrana dell'uovo, per quanto fragili, tengono perfettamente isolato dall'esterno il prezioso contenuto.
Le uova venivano impacchettate esclusivamente in fogli di giornale, un sistema che mi sembrava del tutto inadeguato alla fragilità della preziosa merce, e che rendeva molto trepidanti i miei passi verso casa. A volte, secondo un criterio che non riuscii mai a identificare, la padrona prendeva un coltello e tagliava un pezzo del cartone porta-uova, inserendolo nella confezione. Questo semplice accorgimento rasserenava notevolmente il mio ritorno, permettendomi di concentrarmi sui tanti misteri che avvolgevano il negozio. Come poteva funzionare un'attività che trattava un solo genere di merce? Venduta poi in quantità così piccole e ad un prezzo così contenuto? Anzi, il vero mistero era proprio questo: com'era possibile che un cibo così delizioso e nutriente lo si potesse acquistare con le monetine più piccole e leggere?
Questa casa è al piano terra del palazzo, ed è circondata da un ampio e gradevole giardino. Quasi circondata: le finestre della parte di servizio danno su uno stretto balcone, ulteriormente strozzato dal vano in muratura che ospita il contatore del gas. Il balcone si affaccia su un cortiletto di pochi metri quadri, al piano interrato, contiguo al garage (di cui è una via di fuga). Va bene per stendere i panni, coltivare due piantine, ma non per altro.
Questa casa mi piace e mi ci trovo bene, tuttavia sento un po' la mancanza dei balconi delle case in cui ho vissuto o che ho frequentato molto.
Il primo balcone che ricordo dà su un cortile interno, lastricato con mattonelle chiare e circondato da muri. Non ricordo in che casa si trovasse, sono indeciso tra tre indirizzi in cui ho abitato.
Mi piaceva molto far cadere di sotto le mollette lasciate sui fili per stendere, soprattutto sganciarle in sequenza, a raffica, una dopo l'altra. Al terzo pacchetto di mollette che fu necessario riacquistare venne istituito un servizio di vigilanza. Fui colto in flagrante ed inequivocabilmente dissuaso dal continuare.
Passai a buttare di sotto i miei giochi, pupazzi di pelouche o gomma, che poi venivano pazientemente recuperati la sera stessa o il giorno dopo. Feci due esperimenti con un giocattolo di plastica e un'automobilina di metallo, ma si danneggiavano. La vera scoperta fu la palla: cadendo di qualche piano (due? tre?) faceva dei rimbalzi che trovavo davvero affascinanti! Un giorno mi fu spiegato con molta serenità che se quasi quotidianamente buttavo di sotto la palla, voleva dire che non mi serviva e intendevo disfarmene, e che quindi non sarebbe stata più recuperata. La palla finì tra i giochi dei bambini più grandi, padroni dell'ampio cortile condominiale. Posi fine ai miei esperimenti di caduta libera.
Non si respira, c'è afa, l'aria è immobile. E non si dorme. Ci vorrebbe almeno un filo di vento. Intendiamoci, la cosa dà anche qualche vantaggio, per esempio sono due notti che ci vengono risparmiati i fumi nauseabondi dei fuochi che qualcuno accende nel cosiddetto "parco" della valle dell'Aniene, per togliere l'isolante ai cavi elettrici rubati in qualche cantiere e rivendere il rame a peso.
Ma perché poi non rivendere i cavi così come sono? Perché le marcature sulle guaine consentirebbero di identificarle come rubate? O perché così si allunga la "filiera", distribuendo di più i guadagni e quindi aumentando la "tolleranza" verso queste azioni?
Ma sto divagando, torniamo al punto. Ci vorrebbe un po' d'aria. Non un bel vento di quelli che spazzano tutto e dominano la scena, che ti entrano nella testa e pare ci siano solo loro. E neanche una brezza tesa, no. Ci vorrebbe una di quelle ariette leggere, che cominciano pigramente con un giro in tondo, poi si fermano, poi prendono un po' d'abbrivio e si avviano lentamente, di balcone in balcone, di cortile in giardino, di strada in strada, portando profumi di fiori, di erbe, di pane appena sfornato, e risvegliando ricordi.
"L'aria che tira" è una trasmissione di 25-30 anni fa che ricordo con piacere e nostalgia. Ne gustavo in particolare tre aspetti.
Il primo, è che fosse radiofonica: gli spettacoli trasmessi per radio in genere mi piacciono molto di più di quelli televisivi (e via Internet!), a volte anche di quelli dal vivo, per la magia speciale che la radio suscita sempre in me.
Il secondo è il tipo di satira che si faceva nel programma. Non la distruzione col ridicolo della reputazione della parte avversa, che domina ormai gli spettacoli umoristici. Anzi, nessuna parte avversa. Era quell'umorismo intelligente, sulle cose, sui fatti, su noi stessi, che aiuta a capire meglio, che suggerisce che c'è qualcosa di migliorabile e rende piacevole affrontare la questione, senza suscitare quegli irrigidimenti che un "guardate cosa avete combinato, imbecilli!" provocherebbe come reazione.
Il terzo è che la trasmissione non parlava, se non marginalmente, di altri spettacoli radiotelevisivi: parlava del mondo reale, di tutti i giorni. Non soffriva di quella sterile autoreferenzialità che cominciavo allora ad avvertire in radio e televisione, e che è aumentata parossisticamente nei decenni successivi, al punto che la produzione di uno spettacolo, sportivo o musicale o "reality" o salottiero o quiz a premi che sia, ha tra i suoi obiettivi fornire spunti ai programmi di satira che lo metteranno in ridicolo sulla stessa emittente. "L'aria che tira" non aveva questa patologia, che mi pareva un processo degenerativo finché, leggendo questa bella
raccolta di scritti di Achille Campanile, ho capito che si tratta di un difetto di origine di questi
media, in particolare di quello televisivo.
Mi chiedo se il teatro di una volta, con i suoi ritmi diversi sia nella scansione dello spettacolo che nella frequentazione da parte del pubblico, non fosse naturalmente vaccinato da questa autoreferenzialità. E a proposito di teatro, mi rammento che ne "L'aria che tira" veniva cantata questa strofetta: «Tutto va ben, madama la Marchesa! / Tutto va ben, va tutto ben! / C'è la TV, la paga a fine mese! / Tutto va ben, va tutto ben!». Ma da qualche parte della memoria, mi sovviene che questa è la versione tradotta ed adattata ai nostri tempi di un ben più vecchio numero di cabaret francese, di cui non conosco che i primi due versi del ritornello. Decido di fare una ricerchina filologica da due soldi: trovo il testo francese, assai godibile, una traduzione italiana decisamente improbabile, ma la cosa migliore da "linkare" mi sembra questa incisione della prima metà del secolo scorso, illustrata e con sottotitoli francesi e inglesi, della divertentissima
"Tout va très bien, Madame la Marquise".¹
Ah! Un filo d'aria...si respira!
1. Potrei riportare il video direttamente nel post, ma non lo faccio. Non voglio attirare l'attenzione di uno di quegli avvocati da preda che esigono i log di YouTube per far pagare i diritti e i danni a chi inserisce i contenuti, facendo leva su leggi vergognose, contrarie alle tradizioni più consolidate del diritto, e che tradiscono gli interessi dei cittadini. I diritti su questa incisione dovrebbero essere scaduti da un pezzo, se è davvero del 1935, ma non ho soldi per pagare un avvocato che lo dimostri in tribunale. Quindi mi limito a fornire il link, lasciando tutte le responsabilità a YouTube e a chi vi ha caricato il materiale.
Carissimo Poeta,
è finita. Punto e basta.
Mi ricordo come fosse ora quella poesia letta sul tuo libro aperto a caso, sficcanasando in libreria, o quella recensione su di te che mi ha incuriosito. La raccolta era notevole. Certo, non tutte le pagine erano riuscite, ma quelle che lo erano: lampi nel buio, brezze rinfrescanti, strapiombi mozzafiato, bufere torride.
E allora sotto a cercare le tue altre raccolte! Di alcune ne erano pieni gli scaffali, ma le altre, le ho inseguite per anni di libreria in libreria. "Glielo ordino." "Non arriva, strano!" "È in ristampa per il mese prossimo." "Ma è sicuro che sia già uscito?" "Il computer me ne dà una copia disponibile, ma non lo troviamo, è certamente fuori posto." "Non ce l'ho, e non è ordinabile, ma ne risulta una copia al negozio in centro." "Mi dispiace, l'ha mandata il negozio alla stazione? Ne ho una copia, ma me l'ha prenotata un cliente abituale, non posso proprio dargliela." Persino nelle biblioteche ne risultava una copia ma era sempre fuori posto, introvabile. Una l'ho trovata sulla bancarella di roba usata davanti alla Stazione Centrale di Milano, sotto la pioggia, mentre aspettavo l'ora della partenza.
E quelle raccolte che hai pubblicato presso editori minori, in città di provincia? Ma che editori e editori! tipografi travestiti da case editrici, ecco cos'erano! Sai cosa ho dovuto fare per rintracciarle? Interurbane, lettere, bonifici, conti correnti, un incubo. E quella pubblicata a Pisa, e poi il tipografo era fallito? Telefonando a casaccio a numeri di telefono nello stesso isolato finalmente ho saputo il nome della ditta di Pescara che ne aveva rilevato il magazzino. Me lo hanno fatto pagare il quadruplo del prezzo di copertina! Probabilmente più di quanto avessero sborsato per tutte le copie!
Ma la raccolta dell'85, pubblicata a Venezia, da un editore di discreta fama: niente! Mai trovata, non c'è stato verso, nemmeno su eBay. Che gioia quando è uscita, insieme a tutte le altre, nel volume di tutte le tue poesie! L'ho comprato subito. Non ho rimpianto i soldi ed il tempo spesi per le edizioni precedenti, le ho regalate ad amici che potessero apprezzarti, a biblioteche scolastiche nella speranza di farti conoscere a qualcuno. E così, ho anche liberato un pochino di spazio, sempre necessario, sullo scaffale stracolmo.
E tu, cosa mi fai per ripagare tanta fedeltà? Dopo un mese pubblichi una nuova plaquette! E dove poi? A Bellinzona?!?! Ma se non sei neanche svizzero, sei italianissimo! Ma lo sai che fatica ci vuole per avere un volume da un editore di Bellinzona? Lo sai che per procurarmi due volumi di Ida Boni son dovuto andare a Bellinzona in auto? Sì, lo so che anche la Boni è italiana, ma almeno lei lavorava alla Radio Svizzera di lingua Italiana, tu neanche questa scusa. E meno male che altri impegni più pressanti mi hanno fatto rinviare la ricerca della plaquette, perché, contrariamente al solito, l'hai integrata in una nuova raccolta neanche due anni dopo. Si vede che già sentivi che non poteva andare avanti.
E infatti, ora basta, è finita, non mi freghi più. Finalmente sei morto. MORTO!! Non puoi più farli, certi giochetti, caro mio...
Sì, sì, sorridi, sorridi pure.
Credi che non sappia che la figlia adottiva di tua sorella, tra otto anni, aprendo finalmente gli scatoloni stivati in fretta e furia nel suo garage per liberare il tuo appartamento, recupererà degli inediti che tu avevi scartato, tenendoli solo per prendere appunti sull'altra facciata del foglio? E che li farà pubblicare, risvegliando i ricordi della dattilografa di cui ti servivi prima di passare al PC, che spaccerà le sbiadite copie carbone di poesie, che tu avevi poi rifiutato e distrutto, per inediti che tu le avresti affidato per una pubblicazione postuma? E che sull'onda del successo di questi scarti, il tuo editore pubblicherà come varianti critiche il contenuto di tutti i file .BAK e di tutti i settori cancellati del disco rigido del tuo laptop, recuperati a caro prezzo da una ditta svedese specializzata?
No, non mi fregherai così, per interposta persona. Se davvero tenevi a quella roba, se davvero ti ci riconoscevi, l'avresti pubblicata in vita.
No, forse farai fesso qualcun altro, ma non me. Io mi tengo il volume di tutte le tue poesie più l'ultima raccolta uscita successivamente, mentre eri ancora in vita, e basta. Quelle leggerò e rileggerò, negli anni futuri. Quelle farò conoscere a chi ti possa apprezzare.
Non aspettarti nient'altro da me.
Tuo aff.mo
Anonimok
Giovedì scorso sono stato a Carreto, sconosciuta e pressoché invisibile frazione di Trezzo sull'Adda, quasi al confine con Bottanuco. Nessuno si fermerebbe in questa frazioncina sperduta, dalle strade non asfaltate, se non fosse per "La gelusia incepada", accogliente trattoria la cui sala è condotta con polso sicuro da Marina, carretana di almeno quindici generazioni, e la cui cucina è diretta con calma e allegra sapienza dal marito Remo, trasferitosi qui dodici anni fa, folgorato dal primo incontro con Marina ad una sagra.
Molte le specialità della zona che i due coniugi propongono agli avventori. Su tutte, mi piace particolarmente la pasta alla carretana, piatto delle grandi feste a Carreto e nel contado. E in particolare, prediligo la coraggiosa e riuscitissima rivisitazione che ne ha fatto Remo, rimpiazzando i tradizionali casoncelli con il guanciale e i paccheri tipici della natìa Lomellina, quasi a voler commemorare nella pietanza i suoi stessi sponsali.
Ve la voglio proporre qui, anche se può sembrare fuori tema rispetto agli argomenti usuali del blog.
Ingredienti, per 8 persone:
750 g di paccheri
300 g di provolone dolce
120 g di caciocavallo di media stagionatura
250 g di guanciale
75 g di burro
50 g di parmigiano grattuggiato
pepe nero macinato q. b.
Lessare la pasta in abbondante acqua salata, scolarla e metterla in una pirofila bassa e larga, precedentemente imburrata. Condire la pasta col burro rimanente, con il parmigiano, con il provolone grattugiato grossolanamente, con il guanciale tagliato a dadini, con pepe a piacere. Coprire completamente la pasta con fette sottilissime di caciocavallo, che deve essere ben asciutto ma privo di spaccature. Infornare a 230° per una ventina di minuti, finché lo strato di formaggio non comincia a dorare. Servire subito.
Era ormai da qualche anno che Bruno accudiva Giuliano. Gli faceva fare ogni giorno qualche esercizio, per combattere le atrofie. Per evitare il decubito gli cambiava posizione durante il giorno, cura che infastidiva molto Giuliano. Soprattutto, lo nutriva imboccandolo pazientemente, raccogliendo e pulendo il cibo che cadeva, cercando di variare sapori e odori in modo da stuzzicarne l'appetito, cosa per niente facile con una persona che può nutrirsi solo di pappe semiliquide.
Bruno era stanco. Nessuno era disposto a sostituirlo, nemmeno temporaneamente. Finché si trattava di andare a trovare Giuliano, fargli un po' di compagnia, due chiacchiere, si trovava sempre qualcuno. Ma per accudirlo, il vuoto, spariti tutti. Bruno cominciava a chiedersi se la vita di Giuliano valesse la fatica e il dolore di essere vissuta, se fosse una vita degna di un essere umano. Se non fosse più pietoso porle fine, invece di sostenerla inutilmente, chissà per quale vana speranza. Niente di drammatico, intendiamoci, nessun intervento attivo, solo abbandonarla a sé stessa e lasciare che la natura facesse il suo corso.
Nessuno avrebbe trovato sbagliata una tale scelta di Bruno, anzi, gli stessi che intrattenevano regolarmente Giuliano si chiedevano perché Bruno si ostinasse ad accudirlo e non lo avesse già abbandonato al suo inevitabile, fisiologico destino. La questione tuttavia costituiva un dilemma morale durissimo per Bruno, che non riusciva a raggiungere una determinazione. Perché innegabilmente Giuliano era in ottime condizioni fisiche: faceva ogni giorno una passeggiata o una corsa nel parco, e settimanalmente un lungo giro in bicicletta, per arginare gli effetti della naturale tendenza al sovrappeso, o meglio della propensione ai manicaretti che amava preparare; andava tutti i giorni al lavoro con la sua auto sportiva, mai una assenza per malattia; tre o quattro volte l'anno organizzava un viaggio di piacere, se possibile all'estero, con la moglie e le figlie; si teneva regolarmente informato tramite quotidiani, settimanali e televisione.
Un bel dilemma davvero.
Il secondo editore del Piccolo concorso è stato indovinato, e il relativo premio aggiudicato!!
Tutt'ora non assegnato il premio per chi indovina il primo editore!
N.B.: Non si rivela il nome dell'editore perché il post non era del tutto lusinghiero, non si rivela il nome del vincitore per non suscitare invidie.
Quel proiettarsi verso la destinazione di ogni viaggio, non necessariamente affrettarsi, non un'ansia, ma una calma tensione verso la meta, al ritorno come all'andata, mi ha sempre stupito, o meglio, mi è sempre sembrato un segnale di qualcosa che mi sfuggiva.
Chatto via Skype con M., che si trova in un'altra parte del globo. Chattare con persone tanto lontane provoca in me una sensazione di portento che il telefono non mi dà (non ci stupiscono le tecnologie che erano già ovvie quando siamo nati). M. elenca i viaggi per lavoro che lo attendono nelle prossime settimane.
Improvvisamente capisco, tutto è chiaro. Il concetto stesso di viaggio di ritorno è una miserevole bugia, anzi un inganno. Persino l'espressione "biglietto di andata e ritorno" serve unicamente a nascondere che esistono solo viaggi di andata.
Sento di sfuggita alla radio le ultime parole di una notizia: "...gli spacciatori vendevano la droga a tossicodipendenti ma anche a ragazzi di buona famiglia."
Tra due persone che hanno necessità di assumere sostanze stupefacenti secondo certi intervalli di tempo, quale sfumatura distingue il "tossicodipendente" dal "ragazzo di buona famiglia"? Non so perché, ma mi sentirei di escludere l'età...
Mattina. L'ultima, per la rivendita di alimentari dell'isolato successivo, che chiude dopo quarantacinque anni di attività ininterrotta. A settembre riaprirà con una nuova gestione.
Uno dei due anziani padroni, cinicamente disincantato come può esserlo solo un commerciante, da anni borbotta contro il fratello che si ostina a non chiudere, a tirare avanti in un'attività faticosissima e insufficientemente redditizia. Da giorni, poi, è un continuo lamentarsi ad ogni contrarietà, che senso ha stare ancora aperti con così poca clientela, si poteva chiudere due settimane prima.
Stamattina è taciturno. Mi prende da un lato, e mi dice a bassa voce: "Non vedevo l'ora che arrivasse il giorno della chiusura, e adesso mi chiedo perché dobbiamo farlo!" Gli si inumidiscono gli occhi e si gira, per non farsi vedere dai clienti.
Pomeriggio. Mi avvertono che è morta la madre di un'amica. Da anni in un ricovero per anziani, non autosufficiente per una di quelle demenze che burocrati avari di tutto non riconoscono come gravi, che un'altra famiglia finisca pure nel panico, senza aiuti, tanto questi costi sociali non si monetizzano nel PIL né nel deficit nazionale.
La chiamo. L'aggravamento aveva richiesto un ricovero in ospedale, portando altro trambusto in una vita familiare difficile per tanti motivi. La mia amica, cinicamente schietta come può esserlo solo chi ha passato tanti guai, dice esattamente quello che mi aspettavo da lei: "Meglio così, ha sofferto tanto e tante ce ne ha fatte passare." Si accende una sigaretta. "Però mi manca, sento un vuoto." Tira su delicatamente col naso, e allora parlo un po' io.
Ovvero: della garanzia nel settore librario
NdA: i nomi attribuiti alle case editrici sono di fantasia (anche se non del tutto arbitrari)
Editore n. 1
A una fiera di piccoli editori compro un libro della Due Marenghi Editore, casa editrice dell'apparente età di venti-trent'anni, di una certa fama assai chic. Il libro mi piace molto, ma verso la fine il penultimo racconto è interrotto da alcune pagine bianche. Scrivo una email alla casa editrice per sapere che fare.
Dopo qualche giorno arriva la sorprendente risposta: rispedire la copia fallata, così che possano verificare il difetto e mandarmene una nuova.
Sono basito. A parte il costo della spedizione, superiore allo sconto praticato in fiera, c'è il tempo da perdere all'ufficio postale, e soprattutto l'umiliazione: se ci sono davvero così pochi lettori, perché offenderne uno sospettandolo di fare una commedia per farsi regalare un libro che costa ben € 9.30?
Rispondo proponendo due alternative: a) chiedono ad una libreria qui a Roma di cambiarmi il libro e io ci vado; b) mi inviano per posta elettronica il testo o l'immagine delle pagine mancanti (perché il mio obiettivo è solo leggere quelle). L'interlocutrice si convince e mi risponde dopo qualche giorno che spedirà un'altra copia senza restituzione della vecchia. Ricevo la nuova copia dopo cinque giorni. Le pagine mancanti meritavano la lettura.
Editore n. 2
Per dei regali, ordino cinque copie di un libro tramite internet, con uno sconto apprezzabile, direttamente alla Edizioni Ambrogio, casa editrice cinquantenne non molto conosciuta, ma di grande prestigio nel suo settore.
All'arrivo della spedizione, una spiacevole sorpresa: la fascicolatura e rifilatura delle copie è grossolana. La cosa mi infastidisce perché le irregolarità sono visibili ad occhio, avrebbero potuto accorgersene. È anche vero, però, che per quattro copie basta un coltello affilato a tagliare le pagine intonse e risolvere il problema, e in fondo lo sconto era buono. La quinta, purtroppo, ha una pagina accartocciata, in parte neanche stampata. Scrivo alla casa editrice segnalando i problemi su tutte le copie, perché qualche altro cliente potrebbe essere meno accomodante, ma chiedo esplicitamente e chiaramente la sostituzione solo ed esclusivamente per la quinta copia.
L'indomani arriva la sorprendente risposta: sono in partenza con spedizione urgente cinque copie nuove del libro, posso comunque tenere quelle precedenti e mi pregano di accettare le scuse per l'inconveniente.
Sono basito. Ricevo le nuove copie il giorno dopo. La pagina mancante meritava la lettura.
Piccolo concorso
Ci sono due libri in omaggio, uno per il primo ad indovinare l'editore n. 1 ed un altro per il primo ad indovinare l'editore n. 2. Le risposte devono essere inviate rigorosamente in PVT, entro il 15 di agosto.
tristezza di questa mia bocca
che dice le stesse
parole tue
— altre cose intendendo —
e questo è il modo
della più disperata dolorosa
lontananza.
Antonia Pozzi
Se fin dal mattino avesse previsto che si sarebbe trovato alle prese
con una zitella coriacea, si sarebbe portato dietro, anziché Janvier,
il giovane Lapointe, che di tutta la Polizia giudiziaria era quello che
ci sapeva fare meglio con le donne di una certa età. Una, scuotendo
il capo, gli aveva persino detto:
«Mi chiedo come un giovanotto a modo come lei possa fare un
mestiere simile...».
E aveva aggiunto:
«Certo non sarà facile...».
Georges Simenon
Seleucio è sbalordito.
È il ventitreesimo grattacielo che scala.
Una meticolosa preparazione è tutto: scarpe sempre in ordine, chiodi sempre nuovi, elmetto rinnovato con la debita frequenza. Mai usare corde nuove, ma solo corde già sottoposte a test di resistenza (senza danneggiarle!), e sostituzione inesorabile secondo le ore di lavoro e gli stress subiti. Stessa cosa per moschettoni ed imbragature. E allenamento quotidiano nella palestra realizzata in garage.
La scelta del posto sempre accurata: controllo delle caratteristiche costruttive, indagine con le ditte e i lavoratori che hanno partecipato alla costruzione per controllare il rispetto reale degli standard, indagine accurata per identificare lesioni superficiali e patologie tipiche di queste costruzioni, inclusa la verifica di campioni di cemento a varie altezze e su varie faccie dell'edificio.
È vero, c'è la teoria statistica: che ci sia una certa probabilità di avere un incidente mentre si scala un grattacielo, ma la stima più pessimistica dà un incidente mortale ogni 38 scalate, e la stima più ottimistica prevede un contrattempo banale, senza danni fisici permanenti, ogni 5.6 scalate. E le probabilità non riguardano certo Seleucio, che programma le sue ascensioni così accuratamente, ma solo tutti gli altri, che ci provano a casaccio, senza preparazione. Lo prova il fatto che di incidenti non ne ha mai avuto uno, di alcun genere, neanche banali. Le altre sue attività, come il bungee-jumping, o le gare automobilistiche illegali, o le scommesse settimanali a chi beve più bicchieri di vodka prima di crollare, ovviamente non contano: sono attività differenti e dunque statisticamente scorrelate dalla scalata dei grattacieli.
Per questo Seleucio è attonito, mentre il suo corpo penzola sanguinante, il cranio ed il torace schiacciati in parte da un pezzo di cemento staccatosi più su, pochi secondi dopo il cedimento degli ultimi tre chiodi da lui piantati nell'ascesa. Per qualche istante pensa ai suoi familiari e a sua moglie, che certo difenderanno in sua vece, in tutte le sedi opportune, il suo diritto a scalare un grattacielo senza subire conseguenze di sorta. Poi...
È luglio, e la domenica si preannuncia calda, meglio risparmiare le forze e copiare. Dal
Vocabolario Treccani:
“cultura s. f. [dal lat. cultura, der. di colÄ•re “coltivare”, part. pass. cultus; nel sign. 2, per influenza del ted. Kultur]. – 1. a. L'insieme delle cognizioni intellettuali che una persona ha acquisito attraverso lo studio e l'esperienza, rielaborandole peraltro con un personale e profondo ripensamento così da convertire le nozioni da semplice erudizione in elemento costitutivo della sua personalità morale, della sua spiritualità e del suo gusto estetico, e, in breve, nella consapevolezza di sé e del proprio mondo [...] b. L'insieme delle conoscenze relative a una particolare disciplina” o
“a più discipline, ma sempre in senso limitativo (come insieme di nozioni, estese ma non approfondite) [...] c. Complesso di conoscenze, competenze o credenze (o anche soltanto particolari elementi e settori di esso), proprie di un'età, di una classe o categoria sociale, di un ambiente [...] d. Complesso delle istituzioni sociali, politiche ed economiche, delle attività artistiche, delle manifestazioni spirituali e religiose, che caratterizzano la vita di una determinata società in un dato momento storico [...] 2. In etnologia, sociologia e antropologia culturale, l'insieme dei valori, simboli, concezioni, credenze, modelli di comportamento, e anche delle attività materiali, che caratterizzano il modo di vita di un gruppo sociale [...] 3. Con ulteriore ampliamento della semantica [...] è passato a indicare genericamente, nella letteratura, nella pubblicistica e nella comunicazione di questi ultimi anni, l'idealizzazione, e nello stesso tempo la scelta consapevole, l'adozione pratica di un sistema di vita, di un costume, di un comportamento, o, anche, l'attribuzione di un particolare valore a determinate concezioni o realtà, l'acquisizione di una sensibilità e coscienza collettiva di fronte a problemi umani e sociali che non possono essere ignorati o trascurati. [...]”
[Il testo completo si può consultare sul
sito della Treccani.]
Una varietà di significati, che si sono alternati nelle mode della pubblicistica e del parlare comune, più o meno nello stesso ordine in cui appaiono nella voce sopra riportata. Manca, nella monumentale sapienza del Treccani, il significato ormai corrente della parola cultura, così descritto da Alessandro Zaccuri: “il combinato composto dei consumi culturali largamente accettati e condivisi (i libri che tutti leggono, i film di cui si parla, i programmi televisivi impegnati senza essere impegnativi, qualche spettacolo teatrale, quei tre o quattro pittori o musicisti assurti al rango di maestri)”.
In sintesi, il necessario per sostenere una conversazione in società.
Mi sembra un ritorno a quei salotti descritti nelle opere ottocentesche, in cui personaggi vacui e fatui, con disponibilità economiche il più delle volte eccessive rispetto ai meriti o inferiori rispetto al tenore della vita che conducono, si cimentano in altrettanto fatui e vacui discorsi, di una banalità e ripetitività estenuanti.
Forse non c’è da stupirsi, gli esseri umani sono sempre gli stessi, eppure anche in questo mi pare che il XX secolo sia passato inutilmente, un tragico
detour che ci ha riportato allo stesso punto.
Pomponio e Filemone passeggiavano con calma, godendosi il refrigerio della sera prima di andare a cena. Pomponio parlava delle sue letture, e Filemone era contento di aver incontrato finalmente un altro lettore metodico, con cui poter magari discutere dei libri che divorava.
“Ho letto tutto di Burnbury!” disse Pomponio, “Tutto!” ribadì. Filemone gioì dentro di sé. Burnbury era uno scrittore notissimo al grande pubblico, eppure la maggior parte della sua produzione, le sue prose di ampio respiro e di bruciante lirismo, era completamente ignorata, offuscata dal successo dei suoi svelti racconti gialli, alcuni quasi dei flash o delle sceneggiature di cortometraggio, i cui risvolti metafisici sfuggivano ai più. Filemone era al settimo cielo. Finalmente qualcuno con cui parlare delle opere più grandiose di Burnbury.
“Ti è piaciuto Tornati alle verdi ombre?”, chiese Filemone. “Non ricordo questo titolo. Ma è di Burnbury? sei sicuro?” rispose Pomponio. “Sì, ma è stato ristampato da poco, e La vita è un’impresa di gruppo?” incalzò Filemone. “..non mi pare...” “L’arbusto dell’autunno?” “...nnno, direi di no...” “Il ristorante dei folli?...” “...neanche...” Pomponio farfugliò qualche giustificazione non necessaria, Filemone tacque imbarazzato, cambiarono discorso.
La quiete della sera non era più la stessa. Pomponio cercava di nascondere la furiosa vergogna che lo aveva assalito, come ogni volta che riteneva di aver fatto una brutta figura e di essersi dimostrato inferiore all’interlocutore. Non si era neanche accorto di aver deluso le trepide aspettative di Filemone, né gliene poteva importare: era troppo preso a considerare come una sconfitta quella che, nel peggiore dei casi, era solo una nuova opportunità.
Il Sindaco ha parlato brevemente.
Con serena eleganza, ha ringraziato tutti per la loro presenza e svolto alcune considerazioni. Infine, ha dato ai presenti un monito preoccupato: la società italiana non capisce a cosa serva la ricerca scientifica.
È andata via prima che parlasse il Professore. |
È arrivato quando il Sindaco era ormai andata via.
Con verve arguta e polemica, perfino sacramentando ogni tanto, ha analizzato il quadro pietoso della ricerca scientifica in Italia. Ha concluso svelando i colpevoli: una società ed un settore industriale del tutto sordi.
Il Professore ha parlato a lungo. |
"... In questi giorni mal sopporto di dover rispondere con un Sì o con
un No. Preferisco domande che richiedono risposte articolate. ..."
"... Il bruco, setoloso, è sul tavolo, [testo illeggibile n.d.r.] come uno
strappo nella tovaglia, slabbrato, che rivela il mollettone sottostante. ..."
Anonimo del XXI secolo
"Ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia", scrisse nel '73 Arthur C. Clarke.
Un'affermazione ovvia se si pensa all'effetto che i primi ricevitori radio e televisivi facevano su molte persone. Un'affermazione errata se si pensa alla forzosa dimestichezza con i parametri della configurazione di rete di un PC, a cui sono costretti tanti utenti, assolutamente non tecnici, per poter comunicare via Internet. Un'affermazione inquietante se si riflette sul delirio di onnipotenza che può prendere chi controlla certe tecnologie militari, o di comunicazione, o mediche.
Io ho sperimentato una situazione contraria: che una tecnologia sufficientemente arretrata è indistinguibile dalla magia. Per convincervene, provate a guardare il DVD di un film di azione su un PC un po' datato, diciamo di sei anni fa. Nelle scene più rapide, i personaggi si smaterializzano in nuvole di quadratini, per rimaterializzarsi da altre nuvole di quadratini al lato opposto dello schermo.
Affascinante. Magico.
Davanti all'auto viaggia una motrice targata CA xxx KM. Chissà cosa c'è a circa xxx kilometri da qui?
Un cartello che pubblicizza una luce impermeabile per insegne, ma, invece di water proof, c'è scritto "water prof". Rancori scolastici che riemergono inconsapevolmente?
Due grandi negozi, uno dopo l'altro nello stesso palazzo: il primo di caccia e pesca, il secondo di articoli per animali. Sarà mai scoppiata una rissa in strada tra i rispettivi avventori?
È uno di quei cassetti, in uno di quei mobiletti posti d'abitudine in uno di quei luoghi cosiddetti di passaggio.
Ci si conservano quelle cose che non si vuole perdere, di uso abbastanza frequente da volerle tenere a portata di mano, ma non così frequente da voler tenerle fuori, pronte all'uso. Che so, la rubrica del telefono, un bloc notes, il metro pieghevole, una torcia elettrica, una guida ai servizi municipali, l'elenco dei recapiti dell'AMA per i rifiuti ingombranti, il manuale del contatore elettronico della corrente elettrica, il dépliant della rosticceria cinese con segnati i giudizi sui vari piatti per regolarsi in futuro, ecc...
Appunto: eccetera, soprattutto eccetera.
Perchè periodicamente, aprendo il cassetto, lo trovi gonfio di altre cose: i cataloghi delle raccolte punti del latte dal 2003 al 2008; quattro fascicoli dell'AMA che dicono le stesse cose, più uno firmato dall'ex-sindaco che sostiene di annunciarti le novità sulla raccolta differenziata, ma che per la maggior parte parla di multe pecuniarie; otto dépliant della rosticceria cinese, con giudizi diversi, a volte contraddittori, su piatti che non ricordi di aver mai provato; due spezzoni di filo di nylon per decespugliatore da 3 mm, robusto, di sicuro adattissimi a qualche scopo rinviato e dimenticato; delle chiavi che evidentemente non volevi smarrire, ma che non sai più quali serrature aprano. La rubrica telefonica c'è, anzi ce ne sono due, ma sono tutte e due immacolate; idem per i bloc notes; di torcia elettrica ce n'è una sola, ma non funziona perché la pila "ha fatto acido" (d'altronde, di solito usi la torcia che sta tra gli attrezzi).
Ho ripulito tutto, eliminato le vecchie raccolte di punti del latte, i fascicoli duplicati dell'AMA. I manuali d'istruzioni che non dovevano stare lì ora sono al loro posto, i 3 dadi da gioco sono ora nel cassetto dei giochi. Ho riportato su un unico dépliant tutte le informazioni sulle pietanze cinesi, ho rimosso la pila "inacidita" (senza rimpiazzarla). Ho tenuto le rubriche e i bloc notes, perché non si sa mai, e non ho avuto il coraggio di buttare le chiavi sconosciute.
Ho rimesso tutto in bell'ordine nel cassetto e l'ho richiuso. Pronto per un altro giro.
Cosa piace ad un blogger? Ma per questo c'è il profilo di Splinder. Io ne ho elencate trenta, di cose che mi piacciono (e quindi mi interessano). Ovviamente non sono necessariemente le cose che mi piacciono di più in assoluto, conoscere quelle richiede intimità. Ma la richiesta è di elencarne sei, non le '
top six', quindi la lista nel profilo è più che sufficiente.
Quindi, qual'è il vero motivo di questa catena, o di altre catene del genere? (Non uso il termine 'meme', perché in realtà
significa tutt'altro ed è usato solo per mimetizzare la vera natura di catena.)
Di solito, è quello di realizzare periodicamente mappe di legami tra blogger. Né più né meno di quando si spargono palline di legno leggero o gocce di inchiostro speciale nell'acqua per seguirne i movimenti. A quali fini? Studi di connettività tra siti web, analisi di
social network, verifica di modelli comportamentali, controlli di polizia, analisi di mercato per pubblicità e offerte mirate di prodotti, realizzare l'ennesimo articolo utile alla propria carriera professionale o di ricercatore, gli obiettivi possono essere i più svariati.
Il vero problema non è il fine, bensì il metodo.
Non parlo della sostanziale fraudolenza dell'approccio, che fa spargere fiumi di pixel per scopi del tutto diversi da quelli dichiarati. Mi riferisco al fatto che i risultati prodotti con questo sistema possono essere errati, per svariati motivi troppo lunghi o tecnici per essere affrontati qui.
L'unico vantaggio oggettivo di questo metodo è la sua semplicità: spargo semi della catena su qualche blog, e aspetto. Dopo un tempo sufficiente, basterà cercare su un motore di ricerca tutte le pagine che contengono le regole della catena (quasi tutti le riportano parola per parola!). Da qui, ricostruire i collegamenti è facile.
Ben più difficile sarebbe fare il lavoro senza l'ausilio delle catene, raccogliendo tutti i blog e analizzando i collegamenti. Non che sia impossibile, tutt'altro, e darebbe risultati molto più corretti, però richiede molto più lavoro, sia automatizzato che non, e quindi costi maggiori. E i risultati, per quanto scorretti, sono comunque usabili e soprattutto 'vendibili'.
Ora, se il fine è quello di studi di mercato e pubblicitari, me ne interessa poco. Se però si tratta di lavori a fini di ricerca scientifica, si pubblica già troppo, e troppi lavori basati su dati errati o difettosi. E se infine gli obiettivi sono altri, gli errori dell'approccio potrebbero essere davvero pericolosi.
Conclusione: io nel dubbio non collaboro, e mi tiro fuori da queste iniziative. Senza offesa per chi mi ci coinvolge.
Ah, dimenticavo: rifiutarmi di partecipare alle catene... mi piace!!

Questi grappoli di fiori, sono una bella notizia annuale, e a ben vedere il loro ripresentarsi ogni anno è molto più sorprendente ed emozionante di quanto potrebbe essere la loro assenza.